Il disco sul piatto: Sign o’ the times, Prince

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Fine anni ’80, 1987.
Sign o’ the times, Prince.

Chi? Sì, è quello nato nello stesso anno di Madonna e Michael Jackson. No, non commemoriamo nessuno, non è mica morto. (Ahhhh, è questo tipo quì: http://it.wikipedia.org/wiki/Prince)

Tutta la storia dell’umanità racchiusa in un pezzo. Il tempo che scorre tra governi/disgrazie/corse nello spazio/disastri naturali/AIDS/guerre tra gang/armi/tragedie/droghe.

Un pezzone, profondo, in cui c’è tutto: funk, house, soul, dark-rock, pop e jazz.
Tra sussulti di bassi e tastiera, la voce di Prince racconta:

“In Francia un uomo pelle e ossa è morto di una grande malattia con un piccolo nome/
Per caso la sua ragazza s’è punta con un ago e ha fatto la stessa fine./
Quì da noi ci sono ragazzini diciassettenni, la cui idea di divertimento è far parte di una gang chiamata “I Discepoli”; si fanno di crack e hanno la pistola in tasca.

L’uragano Annie ha sradicato il tetto di una chiesa e ha ucciso tutti all’interno./
Cambi canale e qualsiasi storia racconta di qualcuno che è morto./
Una donna ha ucciso suo figlio perché non poteva permettersi di nutrirlo e noi mandiamo gente sulla Luna./
A settembre mio cugino ha provato la marijuana per la prima volta e ora si fa di cocaina: è giugno.

È stupido, no?/
Esplode un razzo e tutti continuano a voler volare. Qualcuno dice che un uomo non è felice finché non muore del tutto. Perché?

Il segno dei tempi, incasina la tua mente. Sbrigati prima che sia troppo tardi. Innamorati sposati, fai un bambino.
Lo chiameremo Nate, se è un maschio.”

 

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Invasioni comiche. Condannati a ridere?

(di Ciro Guglielmi)

L’Italia sta attraversando in questi mesi la fase politica più interessante e incerta dalla fine della prima Repubblica.  Si è discusso, tanto e troppo, si sono formate alleanze e proposte candidature. Fra qualche giorno folle di persone si riverseranno alle urne, si tireranno dietro la tendina e sulla scia delle proprie opinioni prenderanno le loro decisioni. O almeno si spera.

Gli italiani sono sempre andati alle votazioni più massicciamente della media europea. Ma negli ultimi trent’anni la situazione è andata gradualmente degenerando. L’ondata di astensionismo che ha caratterizzato le recenti elezioni regionali (imbarazzante il dato siciliano di ottobre: il 52,58% degli elettori è rimasto a casa) è un fenomeno che ha fatto tanto parlare e discutere. Conosciamo tutti il ceto politico nostrano e ne misuriamo la sua mediocrità giorno dopo giorno. Siamo figli di anni di abusi e sperperi, rievocabili con il vecchio e celeberrimo slogan tutto made in Italy: “È tutto un magna magna generale”.

È vero, sì, il problema c’è, lo sappiamo da fin troppo tempo. E come tutto quello che funziona male in Italia, è un cane che continua a mordersi la coda. Oggi però, a differenza di dieci anni fa, non si può più sbagliare. Quello che prima si poteva tollerare oggi non è più possibile farlo, perché nel frattempo il Paese si è impoverito. La politica non è più attraente, né tantomeno stimolante; traumatizzata e invasa, da destra a sinistra, da corruzioni, scandali e immoralità. Finché non ritroverà la sua purezza e il suo potenziale di rinnovamento e costruzione, la scena teatrale non cambierà.

In quest’ottica la disaffezione elettorale è la rappresentazione più pura dell’antipolitica italiana. La vendetta degli elettori nella sua forma più feroce: il rifiuto del voto, come uno schiaffo alle istituzioni. E nonostante il mio tentativo d’essere imparziale, mi è difficile dissentire. Consuetudine comune è quella di tifare per leader politici giudicandoli soprattutto per la loro immagine, per la loro scaltrezza e per l’essere ostili e nemici di altri personaggi in gioco; quindi non abbiamo un leader politico che dica punto per punto quel che farà, per essere giudicato, dopo, su quel che ha fanno e non ha fatto. Nella nostra politica i fatti svaniscono e il contesto conquista la scena. Campo fertile e prosperoso per le capacità cabarettistiche delle nostre rappresentanze istituzionali, che fanno tutto tranne che preoccuparsi di quello che di poco normale sta accadendo: la sfiducia (il fenomeno più drammatico). Non si preoccupano creando valide proposte, non lo capiscono! E non capiscono neppure che Beppe Grillo è l’altra faccia dello stesso fenomeno: perché quelli che legittimamente contestano, se non restano a casa, vanno a votare il comico. Per cui mentre altrove i comici restano a teatro, da noi rischiano di vincere le elezioni. E ci mancherebbe; ne avete il diritto, fate pure.

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Diverso da chi?

(di Ciro Guglielmi)

Lo sport è bello perché di impossibile, almeno in teoria, non c’è nulla. Si parte alla pari e vince il più forte che non è detto sia il migliore. La Juventus di Marcello Lippi insegnò proprio che a volte il più bravo per qualità, classe o talento può essere sconfitto se altre virtù come il carattere, la voglia di vincere, il sacrificio o la tattica riescono a colmare il gap e a fare la differenza.

Ebbene, eccoci qui. Trentuno giornate, primi in classifica, imbattuti con 65 punti e finalisti di Coppa Italia”. Se qualcuno avesse pronunciato questa frase a maniche corte sotto il sole d’agosto, sarebbe stato probabilmente preso a bastonate. Eppure è vero. E’ l’esemplare dimostrazione di come il lavoro, sempre, ripaga. Un po’ ciò che sta accadendo a Leonardo Bonucci, che l’altro giorno ha sottoscritto il nuovo contratto che lo “legherà” alla Juventus fino al 2017.

Mi sento in dovere di buttar giù due righe di ringraziamento a Leonardo, nonostante tutte le fantasiose illazioni che gli piovono addosso dal tribunale di Bari, sta crescendo, per dirla con le parole del mister, in maniera “importante”. La palma di “man of the match” col Palermo è, per inciso, la miglior risposta a tutti i fischi di alcuni pseudo tifosi che l’accompagnano da fin troppo tempo.

Il concetto è chiaro e semplice: Bonucci può piacere o meno, ma quando scende in campo con quella maglia, la maglia bianconera va sostenuto al pari della squadra. Conte ne tesse le lodi da inizio stagione e fino a prova contraria Leonardo è uno dei punti fermi della difesa meno battuta del campionato (17 gol subiti); ha una percentuale di passaggi riusciti pari all’ 88,1% e se a 24 anni ogni tanto svirgola qualche palla, fischiarlo mi sembra un gesto ignobile e da opportunisti.

Non starò qui a discutere delle qualità tecniche di Leonardo, che comunque resta, a mio modesto parere, un “nostro” giovane centrale di belle speranze. Poi, numeri a parte, si può amare o odiare e dire che non è Beckenbauer, ma questo è un altro discorso. Parto infatti dall’ovvia premessa, che forse tanto ovvia non è, che sostenere una squadra significhi supportarla nel bene e nel male e quì trova il suo perché il rigetto verso i fischi. Si possono accettare i cori nei confronti di un giocatore che non onora la maglia che chiede rinnovi e non si impegna, ma Bonucci, come tutti i ragazzi di Conte quest’anno, non mi sembra niente di tutto ciò. Lottando su ogni pallone e dando il 120% dal primo all’ultimo secondo.

Sia chiaro, non mi sto opponendo alla libertà di pensiero e di parola, né lo sto difendendo affermando che non fa neanche mezzo errore, perché quando li commette sono in grande stile! Chiedo solo di rispettare un nostro giocatore e di aiutarlo. Perché i fischi non incitano di certo a giocare meglio, ma peggio. Perché si risollevi per il bene della Juventus e per quello di noi tifosi. Poi sta all’allenatore fare le sue scelte. Non che si debba avere con lui l’indulgenza che si ha per le statue Del Piero, Pirlo e Buffon (anche loro artefici d’errori meno pubblicizzati), ma un atteggiamento un po’ più benevolo; che ci può stare no?

Se ad oggi, dopo la panchina, Leonardo è un arma aggiunta di questa Juventus, i meriti vanno alla sua personalità, assolutamente non ai fischi. Da sempre noi juventini abbiamo la cattiva abitudine, anche nei momenti belli, di criticare i nostri giocatori a priori. Siamo un pubblico esigente, si dice. Eppure sarebbe bello se riuscissimo a “recuperare” un giocatore sostenendolo e applaudendolo. Sarebbe bello se i ragazzi si sentissero incoraggiati più che giudicati. Sarebbe bello se un giorno un “Bonucci” riuscisse ad entrare in campo dalla panchina tra gli applausi del suo pubblico. Senza vergogna, perché la Juventus siamo noi!

 

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I miracoli lasciamoli ai santi (facendo gli scongiuri)

(di Ciro Guglielmi)

Conobbi Antonio Conte quattro anni fa. Era il 2008, in quell’anno allenava il Bari; qualche volta gironzolava per le strade del mio paesello in cerca di serate tranquille da passare con i suoi galletti. Fu uno di quegl’incontri casuali, insperati. Lo salutai amichevolmente, con un “grazie di tutto Antò”.

Quel momento passò in un attimo, fu un istante. Forse ripensandoci, avrei dovuto liberare quell’irrefrenabile voglia di saltargli addosso. Lui le conosceva meglio di me quelle gioie passate in alto con le spalle davanti a tutti, rese profonde e nostalgiche da quello squarcio che chiamano “Calciopoli”. Ora è su quella panchina, come un cavaliere che torna a rialzare la sua Signora. Non sono uno che si lascia trasportare da facili entusiasmi, sia chiaro. La parola scudetto, noi juventini, ce l’abbiamo cucita addosso. Eppure dopo le cazzate (e scusate se è poco) fatte negli ultimi anni, sembra quasi proibitivo pronunciarla.

Non capisco se è più una questione di paura o di scaramanzia. A chi non piace questa Juve? Agnelli e Marotta hanno creato un opera d’arte e Conte l’ha resa un capolavoro. Rabbiosa e orgogliosa su ricordi e tradizioni, plasmata sulla corsa e sul sudore. C’è tanto lavoro dietro a questa squadra, non è mica tutto frutto di un intervento divino: tutto meritato! Eppure la complessa psicologia di noi tifosi (e non solo), ci porta a indietreggiare. La parola “miracolo” non mi è mai piaciuta. Capisco la prudenza (quella ci sta tutta), ma arriva per tutti (anche per noi) il momento in cui ricominciare; e questo sembra l’anno giusto.

Ritengo sia sbagliato continuare a nascondersi. Giocarsi un intero campionato credendo di essere un miracolo non è giusto, né tantomeno bello! Non mi sembra giusto nei confronti di una squadra che gioca il più bel calcio della Serie A, è imbattuta e ha la difesa meno bucata tra tutte. E’ un campionato molto strano, dove nessuno spicca (se non le grandi personalità, vedi Ibrahimovic. Che resta comunque un umano, sia chiaro) e nessuno scappa. Vincere non è mai facile, lo sappiamo benissimo, e il nostro capolavoro è ancora a metà. Ma sappiamo benissimo anche qual è il nostro vero obiettivo. Non riesco davvero ad immaginarmelo Conte che dice ai suoi giocatori di lottare per la Champions (non provate nemmeno a convincermi del contrario). Per carità, non gridiamolo ai quattro cantoni, ma se in questo campionato la Juve non è da scudetto, chi lo è? Se dopo un pareggio facessimo due semplici chiacchiere da bar con uno juventino qualsiasi, sentiremmo uscire dalla sua bocca solo parole rabbiose. Siamo tornati ad irritarci quando riusciamo a strappare un punticino, pretendendo ogni domenica la vittoria. I miracoli non durano 25 partite e Conte lo sa bene.

Fino ad oggi, quella del miracolo, è stata la molla che ci ha portato fin lassù; da domani potrebbe diventare un ostacolo. I miracoli esistono per nascondere i limiti. Credo sia arrivato il momento di uscire allo scoperto, non con l’arroganza dei più forti, ma basta con i miracoli. Leggendo nel web, mi ha colpito molto una frase: Conte sembra quasi voler riscuotere in anticipo. Non sono d’accordo. Io non credo sia così, anzi ne sono certo. Questa Juve è padrona di se stessa e Antonio è la juventinità fatta persona. Chiedo solo quel pizzico di consapevolezza in più. Quello che manca alla squadra per continuare il capolavoro. L’ingrediente indispensabile, secondo il mio modesto parere, per poter arrivare fino in fondo. Non so se vincenti o meno, ma vorrei poter dire alla fine dei conti di essercela giocata sapendo chi siamo. Nel frattempo zitti e pedalare (cit.). L’opera d’arte è appena cominciata.

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Antò, la Juve è tua!


(di Ciro Guglielmi)

Come potrete notare leggendo, in questo articolo ho preferito tralasciare l’eventuale adeguatezza e compatibilità degli attuali componenti in rosa con il modulo di Conte. La mia piccola analisi di gioco si è basata su quanto messo in mostra da Conte nelle sue precedenti esperienze. Tra l’altro, siete sicuri che Antonio riproporrà tutti i suoi “dogmi” anche da noi a Torino?!

Il personaggio. Bianconero nel sangue.

Ci sono quei personaggi predestinati, quella categoria di juventini a denominazione di origine controllata di cui Antonio Conte ne fa certamente parte.
Con Antonio parto dai numeri. In maglia bianco nera, in tredici stagioni ha vinto quindici trofei, molti da capitano. Cinque scudetti, una Champions League, una Coppa Intercontinentale, una Coppa Uefa, 413 partite e 44 gol. Insomma, più juventino di così?!

Torna dopo sette anni a Torino, dal 1991 al 2004 in bianconero, città che non l’ha mai dimenticato. “Quando dai tanto, i tifosi non dimenticano”, e come dargli torto?!

Bianconero nel sangue, umile e generoso, colto, educato, rivoluzionario e grintoso. Conte è stato un centrocampista ideale, quello che tutti gli allenatori vorrebbero nella propria squadra. Lo acquistò Boniperti dal Lecce, fu lanciato da Trapattoni e poi consacrato da Lippi. Non aveva i piedi di Platini, né quelli di Del Piero, ma un cuore grande così. Correva per tutto il campo come un dannato, si sbatteva e correva, correva e dava tutto. Se fosse ancora in attività nessuno avrebbe il coraggio di relegarlo in panchina. Altro che Sissoko, Melo, Aquilani e via dicendo..

Fu ad un passo dal diventare allenatore di Madama due anni fa. L’allora ds Alessio Secco pensò subito a lui per il dopo Ranieri. Sembrava tutto deciso, questione di ore, mancava solo la firma dopo ore di colloquio. Eppure tutto saltò. Il motivo? Antonio si presentò in sede con le idee chiare e decise, “se mi volete, fate come voglio io”, fu questo il suo messaggio di presentazione. L’atteggiamento deciso impressionò, negativamente, Jean Claude Blanc che decise di affidare la panchina ad un uomo più pacato e tranquillo come Ferrara. (Non me ne voglia Ciro. Un grande uomo. Son sicuro che anche lui farà una splendida carriera da allenatore). La storia ci racconta com’è andata..

A 24 mesi di distanza Antonio ha finalmente coronato il suo sogno. Ha firmato un contratto biennale con opzione per il terzo anno, guadagnando all’incirca 2,5 milioni di euro a stagione. Ha aspettato il suo momento, come sempre, quello giusto. La festa promozione con il Siena, l’attesa per la firma. Poi la Juve, la vera festa, quella che aspetta da una vita.
La sua gavetta da allenatore l’ha fatta prima nel Siena, poi Arezzo, Bari, Atalanta, quindi nuovamente a Siena. Due promozioni dalla Serie B alla A, due capolavori calcistici (con Bari e Siena per l’appunto). C’è chi dice che non è ancora pronto. Staremo a vedere. Conte ha sempre avuto un pregio, ha sempre volato basso e ha sempre lavorato sodo. Allenare Siena, Atalanta e Bari, (con tutto il rispetto) non è certamente come allenare la Fidanzata d’Italia. Sulla sua panchina ci si son seduti in molti. Tanti hanno vinto, molti hanno fallito. Partendo da Lippi e Capello, passando per Ancelotti e finendo con Del Neri. Il compito che gli spetta non è dei più semplici. . L’ha detto Nedved, mica un tapino qualsiasi. Come non credere alla parole di Pavel? Incrociamo le dita..

Il modulo. 4-4-2, o 4-2-4 che sia, rivoluzionario.

‘Non sopporto i giocatori che sorridono al termine di una partita persa. Se diventerò l’allena­tore della Juve al termine di ogni partita i ragazzi usciran­no dal campo con la maglia sudata dopo aver dato il mas­simo. E sul campo che si deve dimostrare di essere de­gni della maglia che si indos­sa. So bene che quella della Juve è pesante ma credete­mi, ha un fascino tutto suo. E’ unica, straordinaria, è stata la mia vita.”

In poche righe la filosofia di Antonio. Grinta e carattere. Lavoro e sudore. Chi non corre si faccia da parte.

Andiamo alla scoperta del “calcio-secondo-Conte”.
Come molti di voi già sanno, il modulo che Antonio predilige è il 4-4-2 (o 4-2-4 per i più creduloni).
Quattro difensori, due centrocampisti centrali e quattro attaccanti, o meglio due esterni e due punte.
Il 4-4-2 di Antonio è un modulo decisamente offensivo. Tuttavia nelle recite migliori, Bari e Siena, abbiamo potuto notare come l’offensività non va mai a scapito dell’equilibrio.
Rispetto all’esasperato tatticismo di Del Neri, dovremmo vedere una Juve decisamente più brillante in fase offensiva e compatta nel pacchetto arretrato.

Condizione necessaria per attuare il gioco “contiano” è la presenza di due terzini “bloccati” nella loro metà campo. Il loro compito sarà principalmente quello di difendere e coprire larghi spazi di campo, che necessariamente si apriranno davanti a loro a causa della scarsa copertura degli esterni di centrocampo. I terzini non si spingono mai oltre la trequarti e le sovrapposizioni sono quasi nulle.

La caratteristica richiesta ai difensori centrali è la qualità palla al piede. Nella fase di costruzione del gioco i centrali difensivi ricoprono un ruolo fondamentale. L’azione parte quasi sempre dalle retrovie, spesso con un possesso palla estenuante e paziente che in alcuni casi chiama in causa anche il portiere, con lunghe gittate o verticalizzazioni repentine a smarcare i quattro attaccanti.

Il punto critico riguarda i mediani, relegati ad un compito prevalentemente di copertura, filtro e capacità di rilancio sulle fasce. I candidati devono essere in grado di saper tener palla e gestirla, ma anche di garantire un forte gioco di copertura e pressing (la fisicità e la corsa, almeno per uno dei due centrali, è una caratteristica fondamentale).

Semplificando il tutto si può dire che la squadra difenderà in sei e attaccherà in quattro, ma quest’ultimi lo faranno per davvero. Essì, perché i due esterni di centrocampo sono delle vere e proprie ali d’attacco vecchia maniera, spesso “altissimi”. L’identikit porta a giocatori veloci, dotati di tanta corsa e capaci di saltare l’uomo ad ogni “puntata” (e se tornano a dare una mano in fase di copertura, ancor meglio). Quanto alla punte centrali, Conte gradisce che abbiano grandi qualità di palleggio e scambio nello stretto. Insomma, lo spettacolo è garantito..

 

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Un Elkann di troppo

(di Ciro Guglielmi)

Parliamoci chiaro. In questo grande puzzle chiamato Juventus, i cui pezzi sono ancora tutti da ricercare prima di farli combaciare, possiamo dire con certezza che manca il pezzo più grande di tutti. Perché se Madama, ormai da sei anni, è lontana dai suoi abituali obiettivi la colpa la si può attribuire a tutti (e dico proprio tutti), senza però prima averla attribuita a colui che di colpe ne ha più di tutti loro.
Per capirci, parliamo di John Elkann.
Sì, proprio lui. Il massimo dirigente della Juventus che nell’estate del 2006 è stato fatto sedere, con diritti e meriti scesi dal cielo, al comando della Signora. Quella Signora, fidanzata con quattordici milioni di italiani e non, prima fatta passare per troia (e scusate se è poco), poi massacrata in maniera belluina, e quindi svilaneggiata da tutti (o quasi).
Se un giocatore, a fine stagione, lo si giudica da quante volte la butta dentro, come si giudica un dirigente?
Badate chiaro, stiamo parlando del presidente di una delle squadre mito di tutto il Novecento italiano, mica di un misirizzo qualsiasi. Lo si giudica dalle scelte, dalle prese di posizione, dal carattere e dal raggiungimento o no dell’obiettivo (minimo o massimo che sia) posto a inizio stagione.

Partiamo dai risultati, che ovviamente vanno a braccetto con le scelte tecniche.
Dopo la risalita in Serie A si è passati da un terzo e secondo posto (con in rosa ancora gente del calibro di Del Piero, Camoranesi, Nedved, Trezeguet e Buffon), per poi finire nel baratro delle posizioni poco nobili (per intenderci quelle in cui ci bazzicava l’Inter, prima che inventassero un processo per farli ritornare a vincere qualcosa di più di una Coppa Italia e un po’ di Coppe Uefa), settimo posto prima e quasi bis quest’anno.
E insomma, diciamocelo. Se quest’uomo affida la squadra a direttori sportivi, quali Secco e Blanc, che comprano gente come Poulsen, Almiron, Tiago, Andrade, Grygera e Knezevic (e perdonatemi se ne dimentico qualcuno), poi cambia cinque allenatori in cinque anni (Deschamps, Ranieri, Ferrara, Zaccheroni e Del Neri), quindi all’ennesima batosta si presenta in tv, al termine dell’assemblea Exor di pochi giorni fa, sostenendo un nuovo ennesimo progetto di rinascita che si completerà nel 2014… Beh, permettetemi di dire che quest’uomo naviga nella confusione più totale e che il primo passo da fare per ritornare quelli di un tempo, è levarci questo principino del cavolo di torno.
Se la matematica non è un opinione e se le parole di John hanno una base di fondamento, questo progetto di ricrescita dovrebbe completarsi tra 3 anni, che sommati ai 5 post Calciopoli fanno 8! Epperò, non male.
In una squadra vincente ci devono essere i fuoriclasse, quelli bravini e i gregari di turno, un buon allenatore e un ottimo preparatore atletico. Davanti a loro però ci dev’essere una società organizzata e più forte della squadra. Le società devono essere organizzate nei minimi dettagli, i giocatori per rendere al massimo devono capire di stare in un ambiente dove tutto funziona, per qualsiasi cosa dev’esserci una figura dirigenziale a disposizione. E’ così che funzionano le cose, in tal modo i giocatori sono più tranquilli, il lavoro diventa più facile. I dirigenti devono dare la sensazione ai giocatori di contare senza sbraitare, senza alzare la voce nei momenti difficili: basta la presenza. Un po’ come la Juve vincente dell’Avvocato e del Dottore. Un mix di presenza, conoscenza calcistica e stile Juve.

Se ad oggi, dopo cinque anni di piccoli spiragli, il puzzle Juve sembra più monco di prima, il primo dito da puntare è proprio contro il virgulto rampollo. Mai si era visto, nella storia del nostro glorioso club, una figura talmente incompetente a ricoprire una carica così importante. Uno che ai microfoni parla perché deve, farfugliando frasi vuote o al più confuse. Questo è il fattor comune che accompagna la figura dirigenziale juventina da cinque anni a questa parte. Lo sanno anche i sassi che John Elkann non saprebbe dire qual’è la differenza tra Iniesta e Martinez, Rinaudo e T.Silva.
E allora facciamo aprire gli occhi a chi fa finta di tenerli chiusi, prima che quest’uomo perda tutti i pezzi del nostro prezioso puzzle.

 

 

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La sportività, un valore sempre più raro

(di Ciro Guglielmi)

Sarai anche bislacco e un grande motivatore ma di sportività hai poco, anzi niente. Dopo la carnevalata (e definirla così è molto eufeumistico) andata in onda ieri sera dal tuo microfono hai distrutto ciò che di meraviglioso sei riuscito a costruire, non solo a livello calcistico ma anche a livello umano, con le tue precedenti armate.

“Por Què…? Questo calcio fa schifo! Por Què…”

Vorresti una risposta al tuo Por Què sull’arbitraggio del direttore di gara Stark e io ti accontento.
Per la stampa inglese quella di ieri sera al Bernabeu è stata “one of the competition’s ugliest matches”. Insomma, una delle peggiori partite di sempre del Real Madrid nella storia della Coppa dalla grandi orecchie. Colpa della tua tattica sbagliata e della troppa irruenza dei tuoi campioni; vedi l’espulsione di Pepe da te tanto recriminata, che è sacro santa vista la belluinità e la violenza del gesto.
E meno male che ad impreziosire il Clasico di Spagna c’è quel fantastico omino di Lionel Messi, idolo blaugrana e genietto del calcio, che sale in cattedra e con le sue due prodezze fa calare il sipario al Bernabeu sbriciolando il tuo catenaccio esasperato e annichilendo tutti.

Accetta la sconfitta e smettila di svilaneggiare gli arbitri addossandogli colpe inesistenti. Proprio quelli che l’anno scorso ti hanno permesso di far allineare i pianeti all’insaputa degli studiosi dell’Universo e far vincer, dopo 45 anni di figuracce in tutta Europa, quella Champions che in Corso Vittorio Emanuele venerano con tanto orgoglio. Di là, nella Disneyland del calcio italiano, sponda nerazzurra sarai per sempre il Messia… quì da noi, sponda bianconera, sappiamo che il calcio non è questo.

Più che lamentarti, sii onesto e comincia a stilare una lettera (lunga così) di ringraziamento ai campioni come Layeca (Dinamo Kiev-Inter), Mejuto Gonzales (Inter-Chelsea), Stark (Chelsea-Inter), Benquerenca (Inter-Barcellona), Webb (Inter-Bayern) e i loro collaboratori. Sì, proprio quegli arbitri che t’hanno tracciato la strada per riportare sul trono d’Europa i piangina milanesi!

Perchè ha espulso Pepe? Da dove viene questo potere?. Siamo praticamente eliminati. Cercheremo di rispettare la nostra storia al ritorno. Mi fa un pò schifo vivere in questo mondo. Se facessimo un gol a Barcellona, poi succederebbe qualcos’altro. Spero che qualcuno un giorno mi possa dare una risposta di quanto successo col Barcellona. E’ tutto così assurdo, ma io continuerò a vivere la mia vita con questo dubbio. Perchè una squadra così importante ha bisogno di questi arbitraggi. Se parlo, mi squalificano a vita. Perchè tutto questo? Perchè tutti questi arbitraggi così? In ogni semifinale con il Barcellona è sempre la stessa storia. Forse c’è di mezzo l’Unicef“ -Mou

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Osservati speciali/1: Farfán Jéfferson Agustín Guadalupe (Schalke 04)

(di Ciro Guglielmi)

Giudicare un giocatore dopo aver visto una sola partita è quanto di più sbagliato ci possa essere, però bisogna pur cominciare no? 

L’altra sera (5/4/2011) decisi, in occasione dell’andata di Champions tra Inter e Schalke 04, di osservare un po’ più attentamente l’esterno destro di origini peruviane Jefferson Farfán, che pare sia nel mirino della Juventus. Sulla carta, partita difficilissima per la squadra di Gelsenkirchen, che gioca in trasferta al San Siro di Milano. Sulla carta però ..

Pronti via e le previsioni dei bookmakers, che davano l’Inter vincente, non sembrano aver sbagliato di molto. Non passa nemmeno un minuto dal fischio d’inizio che, proprio per una palla persa a tre quarti campo da Farfán, nasce il gol dell’Inter. Non un buon inizio. Ma vabbè, continuo a seguire la partita. Al 5° minuto di gioco serve un cross col contagiri sulla testa di Raul, che indirizza a rete ma senza impensierire il portiere. Passano 32 minuti per rivedere in azione il nostro Farfán che sbaglia un semplice appoggio a centrocampo. Dopo 20 minuti di assoluta o quasi inattività, decide (finalmente) di mettere in mostra un po’ del suo repertorio, esibendosi in un dribbling a metà campo tutto tecnica e velocità. Due minuti dopo però si fa ammonire, ingenuamente, per un inutile fallo su Zanetti a pochi secondi dal duplice fischio. Un ammonizione più che ingenua, visto che gli costerà una giornata di riposo (per squalifica) nel match di ritorno. Il primo tempo termina sul 2 a 2.

Inizia il secondo tempo. Farfán continua a occupare la fascia di destra nel 442 dei tedeschi, anche se la sua posizione preferita (occupata anche nel Psv) è quella di attaccante nel tridente del 433. Destra o sinistra per lui non c’è differenza, sa giocare in entrambe le fasce.
Vista la serata non certo semplicissima, avendo sulla sua corsia un cliente scomodissimo come Zanetti (che nel primo tempo l’ha annullato su quasi tutti i fronti), decide di accentrarsi notevolmente in fase offensiva lasciando la fascia in mano al terzino compagno di squadra, Uchida, subito dietro di lui. Detto fatto, nascono i primi pericoli. Decide che non è più tempo per giocherellare e in tre minuti ci mostra cosa è capace di fare. Al 50° trasforma una palla vagante al limite dell’area in un bolide che si infrange sul muro interista. Poi, un minuto subito dopo, galoppa a tre quarti campo, salta Chivu che lo stende e lo fa ammonire. Al 53°, triangola in velocità con un compagno, accelera, riceve al limite dove si inventa una palla al bacio per Raul, che controlla e insacca. E’ il gol del 2 a 3.

Non ancora sazio decide di deridere, ancora una volta, la difesa interista al 72°: accelerata esplosiva al limite dell’area che lascia sul posto Ranocchia, il primo tiro viene ribattuto da Julio Cesar mentre il secondo s’infrange sul palo negandogli la gioia del gol. Gol, quello conclusivo del 2 a 5, che comunque arriverà un minuto più tardi dall’azione susseguente.

Tiriamo le somme..
Farfán: 72 Kg, 174 cm d’altezza e 27 anni da compiere quest’anno. Tanta corsa, velocità devastante, potenza e un piedino davvero niente male. Ovviamente siamo alla prima volta e con questi giudizi sono disposto a espormi al pubblico ludibrio.

La storia di questo giocatore parla di 130 reti nei club in cui ha militato più 12 reti in nazionale: Alianza Lima dal 2002 al 2004, PSV dal 2004 al 2008 e Schalke dal 2008 ad oggi. Ha vinto 2 campionati peruviani, 4 coppe olandesi, una coppa d’Olanda e gioca in nazionale.
Nel passaggio dal PSV allo Schalke fu pagato circa 10 milioni di euro. Ha un contratto in scadenza nel Giugno 2012 e la sua valutazione di mercato si aggira intorno ai 15 milioni. Tuttavia pare che Marotta abbia già messo gli occhi su di lui già da tempo e il dettaglio contrattuale può essere un ottima chiave di svolta nella trattativa. Non c’è dubbio che il prezzo potrebbe scendere fino a 8-10 milioni. Per quella cifra sarebbe davvero un affarone a prezzo di saldo da non farsi scappare, insieme ad un campione s’intende!

 

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Mughini, quanto ci manchi in tivù!

(di Ciro Guglielmi)

Ci lasciò così: “Bisogna chiedere agli amici di Mediaset i motivi di questa decisione, io non li sento da quando si è conclusa l’ultima puntata della trasmissione”

Silurato da Controcampo dopo dieci anni magnifici. E chi li ha sentiti più gli amici di Mediaset? Il 20 luglio 2010 “La Gazzetta dello Sport” recita a riguardo: “dopo anni di teatrali apparizioni, spesso segnate da polemiche, Giampiero Mughini lascia il suo ruolo di opinionista nella trasmissione Controcampo”.

L’abbiam visto accavallare le gambe, con espressione seria, grottesca, mani sulla fronte come se pensasse, puntando il dito contro tutto e tutti. L’abbiam visto difendere con onore la storia di Madama in terra nemica. Sempre coerente con la sua scelta di pensiero, fedele da quel tragico Maggio 2006 alla Signora o, come da lui definita, alla “fidanzata degli italiani”. E chi dimentica quel “91 punti, state zitti!”, le liti e le discussioni con Liguori, Abatantuono, Ferri, Mihajlovic e la Canalis (giusto per citarne alcuni).

Per noi juventini ha sempre rappresentato il salvagente a cui aggrapparci, contro l’infamità di quel sentimento popolare anti-juventino, che non ha perso tempo ad uscire da quel maledetto 2006 ad oggi. Grande estimatore di Moggi, non ha mai rinnegato la sua fede bianconera. L’unico, o forse uno dei pochi, ad aver avuto il coraggio di presentarsi in tv difendendo a spada tratta la storia gloriosa della nostra Signora, i diritti di noi tifosi e il Signor Moggi. Quando in quell’estate di fuoco tutti si chiusero nel più totale silenzio, rinnegando l’accaduto, compresa la nostra amata società che non spese una benché minima parola in difesa di Big Luciano, pensando di distaccarsi da quegli anni di vittorie, trasformati all’improvviso in infernali. Un’accusa, quella di Farsopoli, fondata sul sentito dire. Lui ci ha creduto sin dall’inizio in quella battaglia, che ancora oggi continua imperterrita. A Controcampo, fu avvicendato da Roberto Bettega. ”BobbyGol”! Amore e rispetto per Bobby, uno che dopo il disastro sportivo più tragico e inventato della nostra storia decise di ritornare al timone della barca nel bel mezzo del naufragio.

Onore a Roberto. Ma quanto ci manchi Giampiero! Ritorna ti prego..


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